Cos’è la Mindfulness: Significato, Benefici (+ Esercizio Pratico)

Scritto da: Michele Becchio – Mindfulness Professional Trainer Certificato e riconosciuto da federmindfulness, specializzato MBSR. Sviluppatore software con 30 anni di esperienza aziendale.

Articolo aggiornato in data:

Cos'è la mindfulness

Per anni, ogni mattina, prima ancora di alzarmi dal letto, la mia mente era già in ufficio. Stava già ripassando la lista delle cose da fare, anticipando i problemi che avrei trovato accendendo il computer, costruendo scenari su conversazioni che non erano ancora avvenute. E quando arrivava una notifica email, anche solo il suono, sentivo una stretta allo stomaco. Una reazione fisica automatica, ancora prima di leggere una parola.

Non era stress nel senso drammatico del termine. Era qualcosa di più subdolo: un pilota automatico che aveva preso il controllo della mia giornata prima che iniziasse davvero. Lo riconosco adesso, dopo anni di pratica e di formazione certificata come Mindfulness Professional Trainer. Ma all’epoca lo chiamavo semplicemente “il modo in cui funziona il lavoro“.

La mindfulness è stata la leva che ha cambiato questa dinamica. Non dall’oggi al domani, certo, ma lo ha fatto in modo concreto e misurabile. In questo articolo ti spiego cos’è davvero la mindfulness, cosa non è — i malintesi sono tanti e bloccano molte persone prima ancora di iniziare — e come puoi fare la tua prima esperienza pratica oggi stesso, ovunque tu sia.

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Capire la mindfulness in un contesto lavorativo reale

Nel mio videocorso Mindfulness al Lavoro ho dedicato una Lezione esattamente a questo: la definizione di mindfulness applicata al contesto aziendale, seguita da una meditazione guidata sul respiro di 12 minuti — la stessa pratica che uso ogni mattina dalle 6:00 alle 6:20 prima di iniziare la giornata lavorativa. Se vuoi avere un’idea di com’è il corso puoi guardare gratis le prime 3 lezioni.

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Cos’è la mindfulness: la definizione che cambia tutto

Il punto di partenza migliore resta la definizione del suo pioniere moderno. Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare e fondatore del protocollo MBSR, la descrive così: “Mindfulness significa prestare attenzione, in un modo particolare: intenzionalmente, al momento presente e in modo non giudicante.”

Jon Kabat-Zinn

Tre parole chiave che, in apparenza, sembrano semplici. In pratica, capovolgono il modo in cui funziona la mente di chi lavora sotto pressione.

Intenzionalmente significa che non stai aspettando che la calma arrivi da sola. Stai scegliendo attivamente dove dirigere la tua attenzione — sul respiro, sul corpo, sul compito che hai davanti — invece di lasciarla in balia delle notifiche, dei pensieri intrusivi e delle urgenze altrui. È l’opposto esatto del pilota automatico.

Al momento presente è la parte che suona più filosofica ma è in realtà la più pratica. La nostra mente trascorre una quantità enorme di tempo fuori dal presente: sta rimuginando su qualcosa che è successo ieri, o preoccupandosi per qualcosa che potrebbe succedere domani. La neuroscienza chiama questo circuito Default Mode Network (DMN) — letteralmente la “rete della modalità predefinita” del cervello — ed è attivo ogni volta che non stiamo focalizzati su un compito specifico. Non è un difetto: il cervello lo usa per pianificare, ricordare, elaborare. Il problema nasce quando il DMN resta acceso anche quando vorremmo essere presenti: durante una conversazione importante, in mezzo a un lavoro che richiede concentrazione, o semplicemente quando stiamo cercando di riposare.

In modo non giudicante è forse la parte meno intuitiva. Non significa diventare indifferenti o anestetizzati, ma imparare a osservare i propri pensieri, le proprie emozioni e le proprie reazioni fisiche con una certa distanza, come se li guardassi dall’esterno, senza precipitarsi a etichettarli come “giusti” o “sbagliati“, “buoni” o “cattivi“. Questa distanza crea uno spazio tra lo stimolo e la tua risposta. Quello spazio è tutto.

Origini: da 2.500 anni fa alla tua scrivania

La parola inglese mindfulness è la traduzione del termine sati in lingua pali — la lingua in cui furono trascritti per la prima volta gli insegnamenti del Buddha, circa 2.500 anni fa. Sati non si traduce facilmente in italiano: indica una combinazione di consapevolezza, presenza mentale e capacità di ricordare l’esperienza presente nel momento in cui accade. Il testo fondamentale che descrive questa pratica è il Satipatthana Sutta, il “Discorso sui quattro fondamenti della presenza mentale“, che identifica nel corpo, nelle sensazioni, nella mente e nei fattori mentali gli oggetti su cui coltivare la consapevolezza.

Questa tradizione millenaria ha raggiunto la medicina occidentale grazie a un passaggio decisivo: nel 1979, Jon Kabat-Zinn fondò la Stress Reduction Clinic all’Università del Massachusetts. La sua intuizione fu separare le tecniche contemplative buddhiste da qualsiasi connotazione religiosa o spirituale e trasformarle in un protocollo clinico rigoroso e replicabile. Nacque così il programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), tuttora considerato il punto di riferimento della ricerca sulla mindfulness, con oltre 700 studi pubblicati a documentarne l’efficacia.

Ho fatto il corso MBSR in prima persona, come partecipante, prima di formarmi come istruttore. È stato il primo momento in cui ho capito cosa fosse davvero — non come concetto, ma come esperienza. Oggi sono certificato come Mindfulness Professional Trainer e iscritto all’Albo Nazionale dei Professionisti Mindfulness di Federmindfulness. Ma il punto di partenza è sempre stata quella pratica diretta, non la teoria.

Oggi la mindfulness è applicata in quattro contesti principali, tutti validati dalla ricerca: in medicina e psicologia clinica (gestione del dolore cronico, prevenzione delle ricadute depressive con il protocollo MBCT); nel mondo corporate (Google, SAP e molte altre grandi aziende la integrano nei programmi di leadership e benessere organizzativo); nello sport di alto livello (atleti olimpionici e squadre di vertice la usano per raggiungere stati di flow e gestire la pressione agonistica); e nel sistema educativo, per aiutare studenti e docenti a gestire l’ansia da prestazione e recuperare capacità di apprendimento profondo.

Cosa NON è la mindfulness: i 4 miti che bloccano chi vuole iniziare

Quando tengo corsi o quando parlo di mindfulness con colleghi e professionisti, le resistenze che incontro quasi sempre nascono dagli stessi malintesi. Vale la pena smontarli con chiarezza, perché sono il motivo principale per cui molte persone non provano mai questa pratica o la abbandonano dopo pochi giorni.

Mito 1: “Devo svuotare la mente.” È il malinteso più diffuso e anche quello più frustrante, perché rende la mindfulness apparentemente impossibile. Nessuno riesce a svuotare la mente. Il cervello produce pensieri esattamente come il cuore produce battiti: è la sua funzione biologica. Quante volte sento qualcuno dirmi: “Ho provato a meditare, ma la mia mente non si ferma mai, quindi non fa per me.” È come dire: “Ho provato ad andare in palestra, ma i miei muscoli si affaticavano, quindi ho smesso.” La fatica è il punto. La mindfulness non chiede di bloccare i pensieri: chiede di notarli, di riconoscerli come prodotti della mente (non come verità assolute), e di scegliere dove riportare l’attenzione. Ogni volta che ti accorgi di esserti distratto e torni al respiro, stai eseguendo una “ripetizione” mentale che allena il “muscolo” dell’attenzione.

Mito 2: “È una tecnica di rilassamento. Il rilassamento è spesso un effetto collaterale piacevole, ma non è lo scopo. L’obiettivo è la consapevolezza. La mindfulness ti chiede di restare presente anche quando provi sensazioni spiacevoli (ansia, noia, frustrazione) senza scappare via. È questo che costruisce la capacità di gestirle invece di subirle. In una trattativa difficile o durante una problema in produzione, non devi rilassarti, ma mantenere la lucidità e scegliere la risposta invece di reagire d’impulso.

Mito 3: “È una pratica religiosa o mistica.” Le radici sono buddiste, ma il protocollo MBSR moderno è al cento per cento laico e scientifico. Non richiede nessuna fede, nessuna conversione, nessuna posizione filosofica. È un allenamento mentale basato su neuroscienze e psicologia cognitiva, con effetti misurabili sulla struttura e sulla funzione del cervello. Puoi essere la persona più pragmatica— come lo sono io — e trovare in questo approccio uno strumento di gestione delle performance mentali estremamente concreto.

Mito 4: “È una fuga dalla realtà.” Al contrario. La mindfulness è un atto di coraggio: richiede di guardare la realtà per quella che è, senza filtri consolatori. Non ti insegna a ignorare i problemi o a fingere che tutto vada bene. Ti insegna a non aggiungere sofferenza inutile ai problemi reali — quella sofferenza che produciamo noi stessi rimuginando, immaginando il peggio e reagendo in automatico invece di scegliere come rispondere.

🎬 Video 2 & 5 del corso

Vuoi capire perché la mente non si svuota mai — e perché non deve?

Nel videocorso trovi la spiegazione completa del Default Mode Network — il circuito del rimuginio che il tuo cervello attiva ogni volta che non sei focalizzato su un compito preciso — e come la pratica della mindfulness impara a lavorarci invece di combatterlo. È il fondamento teorico da cui partono tutte le tecniche pratiche del percorso, dalla Tecnica STOP alla meditazione guidata sul respiro.

Puoi accedere alle prime 3 lezioni gratuitamente e decidere con calma se il percorso fa per te.

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Mindfulness e meditazione: il mezzo e il fine

Questi due termini vengono usati spesso come sinonimi, ma per chi vuole davvero capire questa pratica la distinzione è fondamentale. L’analogia più precisa che ho trovato è questa: la meditazione è l’allenamento in palestra; la mindfulness è la forza che porti con te fuori, nella vita quotidiana.

La meditazione è la pratica formale e strutturata: ti siedi, imposti un timer, porti l’attenzione su un oggetto specifico (il respiro, le sensazioni corporee, i suoni). È un esercizio deliberato, delimitato nel tempo, che allena il muscolo dell’attenzione. Io lo faccio ogni mattina dalle 6:00 alle 6:20: venti minuti di meditazione sul respiro prima di iniziare la giornata lavorativa. È diventata la mia ancora, il momento in cui “preparo” la mente prima di accendere il PC.

La mindfulness, invece, è la qualità dell’attenzione che quella pratica sviluppa e che poi porti nel resto della giornata. Non richiede di sedersi su un cuscino. È la consapevolezza che puoi portare mentre cammini verso la macchinetta del caffè, mentre ascolti un collega senza già pensare alla risposta, mentre gestisci una segnalazione critica senza farti prendere dal panico. A volte, durante la pausa pranzo, pratico cinque minuti di meditazione alla scrivania: occhi semiaperti, sguardo abbassato, attenzione al respiro. Lo faccio in open space, senza che nessuno lo noti. Non servono condizioni speciali.

Caratteristica Meditazione Mindfulness
Natura Pratica formale e strutturata Qualità dell’attenzione / stato mentale
Contesto Richiede una sessione dedicata Si applica a ogni istante del quotidiano
Ruolo È il mezzo per allenare la mente È il risultato dell’allenamento
Esempio pratico Dedico 20 minuti al respiro ogni mattina Noto la frustrazione prima di rispondere a quell’email

I 7 Pilastri: gli atteggiamenti che rendono la pratica efficace

Kabat-Zinn ha identificato sette atteggiamenti fondamentali, che non sono solo “valori da coltivare“, ma le condizioni che determinano se la tua pratica funziona o rimane un esercizio vuoto. Ne approfondisco tre che, nella mia esperienza, incidono di più nel contesto lavorativo.

1. Non Giudizio. Significa osservare i propri pensieri ed emozioni senza etichettarli immediatamente come positivi o negativi, giusti o sbagliati. In pratica: quando arriva quella email che ti fa salire il sangue alla testa, il Non Giudizio non ti chiede di essere indifferente. Ti chiede di notare la reazione — “sto sentendo irritazione” — senza aggiungerci sopra uno strato di giudizio su te stesso (“non dovrei reagire così“) o sull’altro (“è impossibile lavorare con questa persona“). È quella frazione di secondo di distanza che ti permette di rispondere invece di reagire senza controllo.

2. Pazienza. Non la pazienza passiva di chi aspetta in silenzio. La pazienza attiva di chi accetta che i cambiamenti profondi abbiano i loro tempi e non li anticipa con la forza. In un mondo dove tutti vogliono risultati immediati, la pazienza è forse il pilastro più controcorrente — e anche il più potente. I benefici della mindfulness non arrivano dopo tre sessioni. Arrivano dopo settimane di pratica costante, spesso in modo così graduale che te ne accorgi solo guardandoti indietro.

3. Lasciar Andare. Non aggrapparsi ai pensieri piacevoli né respingere quelli spiacevoli: lasciare che l’esperienza scorra. Nella pratica, al lavoro, significa non portarsi a casa mentalmente la riunione difficile delle 17:00. Non continuare a rimuginare sull’errore commesso, né a godersi ossessivamente il successo del pomeriggio. Entrambe le cose possono trascinarti fuori dal momento presente. Lasciar andare non è dimenticare: è smettere di trattenere.

Gli altri quattro pilastri — Mente del Principiante, Fiducia, Non Cercare Risultati e Accettazione — meritano ciascuno un approfondimento separato, che trovi nei link dedicati.

I benefici: cosa cambia davvero con la pratica costante

Evito di elencarti una lista generica di benefici scientificamente provati. Ti racconto invece cosa è cambiato in me, perché è più onesto — e perché probabilmente rispecchia di più ciò che potrebbe cambiare per te.

Il cambiamento più significativo che ho vissuto riguarda la risposta allo stress acuto. Prima, quando si presentava un errore critico nei sistemi — un processo ETL fermo alle 7 di mattina, un malfunzionamento in produzione — sperimentavo un vero e proprio blocco mentale: mente annebbiata, azioni disorganizzate, un senso di colpa automatico anche quando l’errore non era responsabilità mia. La corteccia prefrontale, quella parte del cervello che ci permette di ragionare con lucidità, veniva letteralmente “spenta” dall’amigdala in modalità emergenza. Dopo anni di pratica, questo non è scomparso del tutto (sarebbe irrealistico), ma ho sviluppato la capacità di mantenere una visione più distaccata dalla situazione: riconosco le mie competenze, valuto il problema con più calma, e so quando è il momento di chiedere aiuto invece di insistere da solo.

Il secondo cambiamento riguarda le reazioni automatiche agli stimoli quotidiani. Per molto tempo, l’arrivo di qualsiasi notifica email produceva in me una stretta allo stomaco — una risposta condizionata che il corpo aveva costruito nel tempo, associando “email” a “potenziale pericolo“. Mesi di meditazione mattutina costante hanno progressivamente depotenziato questa risposta. Oggi l’email arriva, la leggo, valuto e rispondo. La scarica emotiva automatica si è quasi completamente azzerata. Non è magia: è neuroplasticità, la capacità documentata del cervello di riorganizzare le proprie connessioni in risposta all’allenamento.

La ricerca scientifica documenta effetti simili in modo sistematico: riduzione dei livelli di cortisolo, maggiore capacità di mantenere l’attenzione sostenuta, miglioramento della qualità del sonno, potenziamento della resilienza emotiva. Ma la cosa che mi ha colpito di più, negli anni, è questa: i benefici più preziosi non avvengono durante la meditazione. Avvengono nel mezzo della giornata lavorativa, quando noti per la prima volta quella frazione di secondo di spazio tra una provocazione e la tua risposta.

Il tuo primo esercizio: la Pausa di 3 Minuti

Questo esercizio si chiama 3-Minute Breathing Space. L’ho usato la prima volta durante il mio corso, e da allora l’ho insegnato a colleghi e professionisti in decine di contesti diversi. È l’esercizio perfetto per iniziare perché funziona ovunque: alla scrivania, in auto prima di entrare in una riunione difficile, in treno. Tre minuti. Nessuno lo noterà.

Imposta un timer, se vuoi, e segui questi tre passaggi.

Minuto 1 — Come sto, adesso?
Siediti in una posizione comoda ma dignitosa — schiena dritta ma non rigida, piedi a terra, mani sulle gambe. Chiudi gli occhi o abbassa lo sguardo. Porta l’attenzione al tuo mondo interiore: cosa stai pensando in questo momento? Cosa stai provando emotivamente? Qualcosa di piacevole, spiacevole, neutro? Ci sono sensazioni fisiche nel corpo (tensione alle spalle, stretta allo stomaco, calore)? Non devi cambiare nulla. Solo notare quello che c’è, esattamente cosi com’è.

Minuto 2 — L’ancora del respiro.
Adesso sposta l’attenzione sulle sensazioni fisiche del respiro. Scegli il punto dove lo senti più chiaramente: l’aria che entra ed esce dalle narici, il petto che si alza e si abbassa, l’addome che si gonfia e si sgonfia. Resta qui per un minuto intero. La mente si distrarrà — è normale, è il suo lavoro. Ogni volta che te ne accorgi, riporta l’attenzione al respiro senza giudicarti. E’ in questo che consiste la pratica.

Minuto 3 — Il corpo intero.
Nell’ultimo minuto, espandi la consapevolezza dal respiro al corpo nella sua interezza. Sentilo seduto qui, che respira, in questo momento. Nota la postura, il contatto con la sedia, l’espressione del viso. Quando sei pronto, apri lentamente gli occhi e porta con te un po’ di questa presenza nel resto della giornata.

Hai appena praticato mindfulness. Più semplice di quanto ti aspettassi, vero?

Cosa aspettarsi: la realtà dell’allenamento mentale

La mindfulness è semplice da descrivere. Non è semplice da praticare con costanza. È bene essere onesti su questo fin dall’inizio, perché aspettarsi un’esperienza di pace e serenità immediata è la causa principale di abbandono precoce.

mindfulness cosa aspettarsi

Nelle prime sessioni succederà quasi certamente questo: appena chiudi gli occhi, la mente esplode di pensieri. La lista della spesa, la riunione di domani, quella cosa che avresti dovuto dire tre giorni fa. Non è un fallimento. È esattamente ciò che accade a tutti, incluso chi pratica da anni. Con il tempo i pensieri non spariscono, ma impari ad accorgertene prima e torni al respiro più rapidamente.

Quando ho tenuto il corso pilota di mindfulness per i miei colleghi — tre sessioni, subito dopo aver ottenuto la certificazione — la domanda più frequente alla fine della prima sessione era sempre: “Ma la mia mente ha continuato a vagare per tutto il tempo, ho sbagliato qualcosa?” No. Avevano fatto la cosa giusta: si erano accorti del vagabondaggio mentale. E’ questo il cuore della pratica.

Proverai anche resistenza fisica — noia, irrequietezza, voglia di smettere. Questi stati non sono ostacoli, ma l’oggetto stesso della pratica. Imparare a osservare l’impazienza senza reagire d’impulso, nella sessione di meditazione, è ciò che ti rende più capace di fare la stessa cosa durante una riunione difficile o in una conversazione ad alta tensione.

I risultati più significativi, nella mia esperienza, non arrivano durante la meditazione. Arrivano quando, nel mezzo di una giornata particolarmente caotica, noti che c’è qualcosa di diverso nel modo in cui stai gestendo la pressione. Quella è la misura reale del progresso.

Una precisazione importante sul mio ruolo

Il mio ruolo come Mindfulness Professional Trainer è fornirti strumenti pratici, fondati sull’evidenza, per gestire lo stress, mantenere l’energia e affrontare le sfide lavorative con più consapevolezza ed equilibrio. La mindfulness è un potentissimo strumento di benessere, ma non si sostituisce a un intervento medico o psicologico. Se i sintomi che stai vivendo — esaurimento, ansia persistente, disturbi del sonno — sono severi e interferiscono in modo significativo con la tua capacità di agire, il passo più saggio è parlarne con il tuo medico o con uno psicologo qualificato. Chiedere supporto clinico è una delle decisioni più intelligenti che tu possa prendere per te stesso.

Controindicazioni: quando procedere con cautela

La mindfulness è sicura e positiva per la grande maggioranza delle persone. Esistono però contesti specifici in cui è necessaria la guida di un professionista qualificato prima di iniziare una pratica autonoma.

Chi ha vissuto traumi recenti o non elaborati (in particolare disturbo da stress post-traumatico) può trovare che alcune pratiche meditative riportino a galla memorie o sensazioni molto intense: in questo caso è fondamentale lavorare con un terapeuta specializzato che possa accompagnare il processo. Analogamente, in fasi acute di condizioni come psicosi, depressione maggiore o disturbi dissociativi, alcune pratiche meditative richiedono integrazione in un percorso terapeutico strutturato con supervisione medica. Un insegnante di mindfulness esperto e certificato è in grado di adattare la pratica alle esigenze individuali — il che riduce notevolmente questi rischi anche per chi si trova in situazioni delicate.

Domande frequenti sulla mindfulness

Quanto tempo devo dedicarle ogni giorno?
La ricerca indica che anche 10-20 minuti al giorno di pratica formale producono effetti misurabili dopo alcune settimane. Io pratico 20 minuti ogni mattina — ma se hai cinque minuti in pausa pranzo, quelli valgono. La costanza conta più della durata.

Funziona anche se sono scettico?
Sì. Lo scetticismo non interferisce con i meccanismi neurobiologici sottostanti. Ti chiedo solo di sospendere il giudizio per qualche settimana e di osservare cosa succede, come faresti con qualsiasi altro intervento che vuoi valutare empiricamente.

Ho bisogno di un insegnante o posso iniziare da solo?
Per iniziare con le basi, una guida audio o un corso strutturato è sufficiente. Un insegnante qualificato diventa importante se vuoi approfondire la pratica, se incontri continue difficoltà, o se ti trovi in una delle situazioni di cautela descritte sopra.

Quante volte a settimana devo praticare?
Ogni giorno, se possibile. La mindfulness funziona come l’allenamento fisico: l’effetto cumulativo si costruisce con la regolarità, non con sessioni intensive ma sporadiche.

Ci sono app o risorse per iniziare?
Ci sono app valide (Headspace, Calm, Insight Timer). Personalmente preferisco un percorso strutturato che spieghi non solo “come” fare, ma “perché” ogni pratica funziona — così puoi adattarla al tuo contesto specifico invece di seguire istruzioni alla cieca.

Conclusioni

Se sei arrivato fin qui, la mindfulness ti ha incuriosito abbastanza da volerla capire davvero. Quello che hai letto è il punto di partenza: la mappa. Ora il lavoro è la pratica. Anche solo tre minuti al giorno, con l’esercizio che hai trovato in questo articolo. Non credermi sulla parola: l’unico modo per sapere se funziona per te è sperimentarlo direttamente.

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Chi ha scritto questo articolo

Michele Becchio è un Mindfulness Professional Trainer certificato e riconosciuto da federmindfulness, specializzato in MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) e iscritto all’Albo Nazionale dei Professionisti Mindfulness. Con 30 anni di esperienza come sviluppatore software sia come libero professionista che in Azienda, unisce la competenza tecnica nel mondo IT alla pratica quotidiana e all’insegnamento della mindfulness applicata al contesto lavorativo. Ha creato il videocorso “Mindfulness al Lavoro” (44 lezioni) e il sito bemindfultoday.it.

Puoi trovare il suo percorso professionale completo su LinkedIn.