Non forzare i risultati: la guida al Non-Striving nella Mindfulness per il lavoro.

Scritto da Michele Becchio, Mindfulness Trainer. Sviluppatore software da 30 anni.

Articolo aggiornato in data:

Donna concentrata sull'attività che sta svolgendo senza forzare sul risultato finale: non forzare risultati mindfulness

Serena fa la grafica in una piccola agenzia di comunicazione, sei persone in tutto. Alle 17 deve presentare a un pastificio la proposta per il nuovo logo e da quaranta minuti ha davanti la stessa tavola bianca. Ha aperto una cartella di riferimenti, ha provato cinque font, ha tracciato un cerchio e l’ha cancellato. Il titolare le passa dietro e chiede soltanto: “A che punto sei?”

Da lì in poi, più si sforza, meno idee arrivano. Si dice “dai, concentrati“, ingrandisce la tavola, cambia il colore dello sfondo come se il problema fosse lì. Sotto scadenza quasi tutti fanno come lei e spingono, mentre la mindfulness suggerisce di non forzare i risultati.

Quello che blocca Serena è il paradosso dello sforzo: più spingi per ottenere un risultato, più il risultato si allontana. Vale per l’idea che non arriva mentre il cursore lampeggia e per il cliente che si irrigidisce quando lo si incalza a firmare: spesso si ottiene l’effetto opposto, il blocco o il rifiuto. In una cultura aziendale ossessionata dai KPI e dalla performance immediata, ci hanno insegnato che per ottenere risultati bisogna sempre “spingere“, eppure raramente è il modo più efficace di procedere.

Oggi scopriamo perché non forzare i risultati nella mindfulness (un pilastro noto come Non-Striving) sia in realtà la migliore strategia per raggiungere i tuoi obiettivi professionali senza bruciare energie preziose.

Nota: Questo è il quinto dei sette pilastri che sorreggono la pratica. Se vuoi comprendere come questa visione si integra in un percorso completo, ti consiglio di leggere la mia guida Cos’è la Mindfulness e come iniziare.

Come praticare il Non forzare sul lavoro: 3 Esercizi immediati

Tre strategie efficaci da usare sul lavoro per allenare e applicare questa attitudine.

1. La Regola del 90%

Hai presente quando devi scrivere una mail delicata a un cliente o preparare una presentazione per il tuo capo? Vuoi che sia perfetta. Rileggi ogni parola dieci volte, cancelli, riscrivi, ti stressi. Alla fine ci metti tre ore, sei esausto e la mail suona fredda e artificiale. In questo scenario la tua Doing Mode è iperattiva.

Questo succede perchè quando punti al 110%, attivi l’area del cervello legata alla minaccia. Ti senti “sotto esame” e provochi un irrigidimento che blocca la creatività e la fluidità verbale.

Durante la scrittura della mail, la regola del 90% ti invita a dire a te stesso: “Questa è la versione al 90%, mi serve solo che sia chiara, non un capolavoro” .

Perché funziona? Togliendo quel 10% di pressione, la tua mente smette di scansionare ossessivamente gli “errori” (Doing Mode) e torna a concentrarsi sul contenuto (Being Mode). Finirai prima e il risultato sarà più naturale e convincente.

2. Il Mantra “Va bene così, adesso”

Il problema in ufficio: Sei nel bel mezzo di una consegna e il computer decide di piantarsi, tutto va lento, la rete va e viene e tu stai impazzando. Oppure sei in una riunione infinitamente lunga dove l’argomento “poteva essere tranquillamente gestito con una mail “, senti la pressione salire pensando a tutto il lavoro che si sta accumulando e che dovrai smazzarti dopo per recuperare.

La Doing Mode urla: “Non dovrebbe essere così! Sto perdendo solo del gran tempo!”. Questi pensieri creano stress inutile che, sicuramente, non accelera il computer né fa finire prima la riunione.

La parola chiave in questa situazione è “Adesso”. Non stai dicendo che la situazione ti piace o che la accetterai per sempre. Stai solo riconoscendo che, in questo preciso secondo, la realtà è questa. Respira e di a te stesso’: “Ok, sono qui, la situazione è questa. Va bene così, adesso”.

Risultato: Smettere di lottare contro una situazione che non puoi cambiare in questo esatto istante interrompe immediatamente lo spreco di energia mentale. Una volta che smetti di alimentare la rabbia verso l’imprevisto, passi dalla reattività alla gestione: arrivi alla fine della riunione con la mente ancora integra e pronta per “smazzarti” il lavoro, invece di ritrovarti già svuotato prima ancora di aver ricominciato.

Questo mantra è, in fondo, una forma pratica del sesto pilastro, l’Accettazione: se vuoi approfondire perché smettere di resistere alla realtà libera così tante energie mentali, ho dedicato un articolo intero al tema.

3. Focus sul Micro-Step (Per battere la paralisi da obiettivo)

Il problema: Ti assegnano un progetto enorme, come “Riorganizzare l’intero database clienti entro fine mese”. La Doing Mode vede un gap mostruoso tra oggi e il risultato finale. Lo stress sale perché senti il peso dell’intera montagna da scalare: questo spesso porta a due estremi: la procrastinazione (perché non sai da dove iniziare) o l’azione frenetica ma disordinata (inizi a battere sulla tastiera e imprecare sbuffando tutto il tempo).

La Pratica:

  1. La Cornice (Pianificazione): Prima di tutto, usa la tua Modalità del Fare per quello in cui eccelle: definire la strategia. Decidi come agire, il processo e le priorità. Senza un piano, il Non-Striving è solo inerzia.
  2. L’Esecuzione (Il Micro-Step): Una volta che hai il piano, “nascondilo” alla vista mentale. Invece di farti schiacciare dal pensiero “Devo sistemare migliaia di anagrafiche” (ansia da prestazione), chiediti: “Qual è la singola azione fisica che posso fare nei prossimi 3 minuti per avviare / seguire il piano?”.

L’esempio pratico: torniamo al database clienti da riorganizzare. Guardato nella sua interezza è paralizzante: doppioni, indirizzi vecchi, contatti mai aggiornati. La pianificazione dice di partire dai clienti attivi. Bene, ma il micro-step è molto più piccolo di “sistemare i clienti attivi“: aprire l’elenco e filtrare chi ha fatto un ordine nell’ultimo anno. Solo quello. Poi viene controllare i dati del primo nome della lista. Un cliente, poi un altro. Il progetto che sembrava una montagna diventa una sequenza di azioni fisiche piccole e precise, ognuna delle quali è fattibile nel momento in cui la fai.

Perché funziona: La pianificazione ti dà la direzione (strategia), ma il micro-step ti dà la trazione (operatività). Riducendo l’esecuzione a un’azione fisica minima, riporti il cervello nella Modalità dell’Essere (focalizzata sul processo immediato). Il lavoro diventa fluido perché non c’è più il peso del giudizio sul risultato finale: stai solo seguendo un binario che hai già posato durante la pianificazione. Prima che tu te ne accorga, avrai “mangiato” gran parte del lavoro senza lo stress del grande salto.

Lo scopo di queste tecniche è eliminare l’attrito mentale, più che “lavorare di meno”. In ufficio siamo abituati a pensare che se non soffriamo, non stiamo producendo. Il Non-Striving rompe questo schema: ti insegna che puoi ottenere lo stesso risultato (o uno migliore) senza il rumore di fondo della tensione costante.

Test: Come gestisci la pressione dei risultati?

Sei un giardiniere paziente o uno schiacciasassi che sta esaurendo il carburante? Rispondi onestamente a queste 7 domande, somma i punti indicati accanto alla tua risposta e scopri il profilo alla fine. Non pensarci troppo: la prima risposta che ti viene in mente è quella giusta.

1. Stai lavorando a un progetto complesso e ti blocchi su un problema che sembra irrisolvibile. Cosa fai?

  • Insisto, salto la pausa pranzo e resto lì finché non trovo la soluzione. Non mi alzo finché non ho finito. (3 punti)
  • Mi innervosisco, inizio a pensare alle conseguenze del ritardo e provo diverse soluzioni a caso pur di sbloccarmi. (2 punti)
  • Faccio un passo indietro. Mi prendo una pausa o cambio attività per lasciar decantare il problema e tornarci a mente fresca. (1 punto)

2. Il tuo capo o un cliente tarda a darti un feedback che aspetti con ansia.

  • Controllo la mail ogni 5 minuti e continuo incessantemente a pensare: “Perché non risponde? Sicuramente c’è qualcosa che non va“. (3 punti)
  • Sono infastidito perché questo rallenta la mia tabella di marcia, ma cerco di distrarmi lavorando su altro. (2 punti)
  • Accetto che i suoi tempi non sono sotto il mio controllo. Continuo con le altre attività senza sprecare energie nell’attesa. (1 punto)

3. Come vivi i momenti di “vuoto” o di pausa al lavoro (es. una riunione che finisce prima)?

  • Mi sento in colpa se non sono produttivo ogni secondo. Cerco subito qualcosa da fare per riempire il buco. (3 punti)
  • Controllo nervosamente il telefono o le news, sentendo che dovrei fare qualcosa di più utile. (2 punti)
  • Mi godo quei minuti per respirare, sgranchirmi o semplicemente stare fermo prima del prossimo impegno. (1 punto)

4. Hai un obiettivo di fatturato o di carriera molto ambizioso per quest’anno.

  • È un’ossessione. Se non lo raggiungo, sentirò di aver fallito come professionista. (3 punti)
  • Ci penso spesso con un misto di speranza e ansia. Devo spingere di più per arrivarci. (2 punti)
  • Ho impostato la rotta, ma ora mi concentro sul lavorare bene giorno per giorno. Il risultato sarà una conseguenza. (1 punto)

5. Devi imparare un nuovo software o una nuova procedura e all’inizio fai fatica.

  • Mi arrabbio con me stesso: “Dovrei capirlo subito, sto perdendo tempo!”. (3 punti)
  • Sento frustrazione e mi sforzo di accelerare l’apprendimento, saltando i passaggi “noiosi“. (2 punti)
  • Accetto di essere un principiante. Mi do il tempo necessario per imparare senza giudicare la mia velocità. (1 punto)

6. Durante una discussione, l’altra persona non sembra capire il tuo punto di vista.

  • Alzo la voce o incalzo con più argomentazioni per “forzarlo” a capire. Devo convincerlo ora. (3 punti)
  • Mi ritiro frustrato, pensando che sia una battaglia persa ma rimuginandoci sopra. (2 punti)
  • Espongo il mio punto con calma. Se non c’è ricezione, lascio andare per ora. Non posso forzare la comprensione altrui. (1 punto)

7. A fine giornata, qual è il metro con cui giudichi se è stata una “buona giornata“?

  • Solo in base alla quantità di cose depennate dalla To-Do List. Se è rimasto qualcosa, sono insoddisfatto. (3 punti)
  • In base a quanto sono stanco. Se sono esausto, significa che ho lavorato sodo. (2 punti)
  • In base alla qualità della mia presenza e a come ho gestito le sfide, indipendentemente dal numero di task chiusi. (1 punto)

Risultati: Somma i tuoi punti

🟢 Da 7 a 11 Punti: Il Giardiniere Consapevole (Flow) Hai capito come funziona l’alta prestazione sostenibile. Sai che non puoi tirare l’erba per farla crescere più in fretta: puoi solo annaffiarla e curare il terreno. Questo approccio ti permette di lavorare con meno attrito, mantenendo la mente lucida anche nelle difficoltà. Sei focalizzato sul processo e paradossalmente questo ti porta a risultati migliori e più costanti.

🟡 Da 12 a 16 Punti: Il Maratoneta Ansioso Hai una buona etica del lavoro, ma corri con i muscoli contratti. Tendi a credere che l’ansia e la preoccupazione siano carburante necessario per raggiungere gli obiettivi. Attenzione: questo approccio alla lunga logora. Sei spesso focalizzato sul “domani” (la scadenza, il risultato) e ti perdi la qualità dell’ “oggi“. Inizia a notare quando stai spingendo troppo e prova a rallentare mentalmente.

🔴 Da 17 a 21 Punti: Lo Schiacciasassi (Burnout Risk) Sei in piena modalità “Forzare“. Credi che ogni ostacolo vada abbattuto con la pura forza di volontà e che fermarsi o accettare un ritardo sia inammissibile. Questo atteggiamento sembra eroico e invece costa caro: stai consumando enormi quantità di energia mentale per combattere contro la realtà invece di gestirla. Il rischio di errori per stanchezza o di crolli improvvisi (burnout) è alto. Per te il “non forzare” è una necessità medica, prima ancora che un lusso.

Cosa significa non forzare i risultati (Non-Striving)

Quando parliamo di Mindfulness e massima efficienza mentale sul lavoro, le regole cambiano rispetto a come siamo abituati ad agire. Jon Kabat-Zinn, il padre della mindfulness, lo esprime chiaramente: “Il non forzare è l’unico atteggiamento in cui non cerchi di arrivare da nessuna parte, se non dove sei già”.

Lo so, sentito da un manager o da un libero professionista, questo discorso suona terribile. “Se non cerco di arrivare da nessuna parte, come faccio a fatturare o a consegnare il progetto?”

Per capire perché questo approccio funziona, dobbiamo farci aiutare dalle neuroscienze. Praticamente la scienza ci dice che il cervello funziona seguendo due modalità operative principali:

  1. La Modalità del Fare (Doing Mode):È orientata all’obiettivo e agisce come un “Monitor della Discrepanza”. Il cervello praticamente scansiona continuamente il divario tra come le cose sono (Realtà A) e come vorresti che fossero (Obiettivo B). Se rileva una differenza, attiva uno stato di tensione (stress) e una serie di azioni compulsive per colmare il divario.Perché è utile: È lo strumento perfetto per risolvere problemi tecnici e pratici. Se hai una scadenza domani o una gomma a terra, questa modalità ti dà la spinta per agire e risolvere il problema subito ed in modo analitico.Perché può diventare un limite:
    • Confonde le sensazioni con i problemi tecnici: Se un gomma perde, la smonti la sostituisci e il problema sparisce. Se invece cerchi di “risolvere” un’emozione pensandoci continuamente, ottieni l’effetto opposto: porti tutta la tua attenzione sul malessere, rendendolo ancora più pesante e onnipresente.
    • Il presente come ostacolo: In questa modalità, non stai vivendo il momento; lo stai usando come un ponte per arrivare al futuro. Vivi ogni attività come qualcosa da “togliere di mezzo”, generando un senso di urgenza e insoddisfazione continua.
    • Pilota automatico: Valuta ogni situazione solo in termini di “successo o fallimento”, impedendoti di cogliere dati e opportunità che non rientrano nel tuo schema predefinito.
  2. La Modalità dell’Essere (Being Mode): È orientata all’esperienza diretta e agisce come un “Rilevatore di Realtà”. In questa modalità, la mente smette di scansionare ciò che manca e si focalizza su ciò che c’è, osservando i fatti senza l’immediata necessità di giudicarli come “positivi” o “negativi“.
    Perché è utile: Permette di uscire dal tunnel del “risolvere a ogni costo” per recuperare una visione d’insieme. È fondamentale nelle fasi di pianificazione strategica, per la creatività, dove agire d’impulso e sotto stress (Doing Mode) porterebbe a errori grossolani. Perché è un vantaggio competitivo:

    • Sospensione del giudizio: Invece di etichettare un imprevisto come un “disastro” (attivando automaticamente il cortisolo), lo registri come un “dato di fatto”. Questo ti permette di analizzare la situazione con mente lucida.
    • Disinnesco della reattività: Ti dà spazio mentale per scegliere come rispondere a una provocazione o a un fallimento, invece di reagire in modo automatico e difensivo.
    • Accettazione non passiva: Accettare la realtà (es. “il progetto è in ritardo”) significa smettere di sprecare energia a desiderare che non fosse così, senza per questo restare fermi. Solo accettando il punto di partenza puoi tracciare una rotta realistica verso l’obiettivo.
    • Nutrimento cognitivo: Mentre la Doing Mode consuma energia nel confronto continuo, la Being Mode permette al sistema nervoso di ricaricarsi, mantenendo alta la soglia di attenzione per i compiti più difficili.

Il costo nascosto del “Forzare”

Quando applichiamo la Modalità del Fare in modo compulsivo (“Devo finire questo report, devo essere brillante, devo piacere al capo“), il nostro cervello entra in uno stato di allarme perenne. L’amigdala segnala che il momento presente è “sbagliato” o “insufficiente“. Questo innesca il rilascio di cortisolo (l’ormone dello stress) che ha un effetto collaterale preciso: riduce le funzionalità della corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata al ragionamento logico, alla creatività e al problem solving.

In parole povere: più ti sforzi di ottenere un risultato, più diventi biologicamente meno capace di ottenerlo. Il quinto pilastro, il Non Forzare, ti lascia i tuoi obiettivi e ti insegna a focalizzarti maggiormente sul processo (il qui e ora) lasciando andare l’ossessione per il risultato finale. È la differenza tra il tennista che guarda ossessivamente il tabellone del punteggio (e sbaglia il colpo per ansia) e quello che rimane concentrato solo sull’azione e la pallina, momento per momento. Chi pensi che vincerà la partita?

🎬 Lezione del videocorso gratuito

Quando il Fare non si spegne più

Il costo del forzare nasce da una mente che non esce mai dalla Modalità del Fare. Nella lezione La Modalità “Essere” vs “Fare” vediamo il ciclo dell’azione compulsiva, quel rumore di fondo che davanti a un compito difficile ripete «Cosa dirò? E se va male?». Per interromperlo c’è il sedersi senza intento: due minuti in cui non cerchi di rilassarti né di svuotare la mente, osservi soltanto quello che accade, con l’audio guida da scaricare.

Guarda la lezione →

Mindfulness e risultati: perché non forzare i risultati non è rassegnazione

Qui dobbiamo essere estremamente chiari, perché il rischio di fraintendimento è alto. Dire a un professionista “non forzare i risultati” suona spesso come un invito alla pigrizia, al “fregarsene” o al diventare passivi. Niente di più sbagliato.

Il Non Forzare (Non-striving) della mindfulness riguarda la qualità dell’azione: con l’inerzia non ha niente a che fare. È la differenza tra lo sforzo disperato e l’azione fluida.

Immagina un arciere professionista. C’è un momento per l’intenzione e la preparazione: posizionare i piedi, incoccare la freccia, tendere l’arco, mirare. Qui c’è tutto l’impegno del mondo. Ma nel momento esatto del rilascio, l’arciere deve praticare il “non forzare“. Se in quel secondo si irrigidisce perché vuole troppo fare centro, se la sua mente è già sul bersaglio e non sulle sue dita, il colpo sarà impreciso. Deve scoccare la freccia e, in quell’istante, lasciare andare completamente il controllo sul risultato. Una volta che la freccia è partita, preoccuparsi o urlare non ne cambierà la traiettoria.

Torniamo a Serena e alla sua tavola bianca. L’istinto le dice di restare incollata allo schermo e provare un font dopo l’altro finché qualcosa funziona. Può invece fermarsi tre minuti con la Tecnica della Clessidra (3-MBS): interrompere, respirare, riportare la mente al momento presente. Solo dopo, con la corteccia prefrontale di nuovo operativa, riprende la matita e butta giù qualche schizzo senza giudicarlo. L’intenzione di portare alle 17 una proposta forte resta identica. Cambia la qualità dell’azione con cui ci arriva. Spesso cambia anche l’esito.

Nel lavoro, quindi, le fasi sono due:

  1. L’Intenzione (Setting goals): Pianifichi, prepari la strategia, ti impegni a fondo. Questo è necessario.
  2. Il Non Forzare (Letting go): Mentre esegui il compito, smetti di ossessionarti su “come andrà a finire” o su “cosa penseranno gli altri“. Ti concentri solo sull’esecuzione, momento per momento. Accetti che ci sono variabili fuori dal tuo controllo (il mercato, l’umore del cliente, gli imprevisti tecnici).

Smettere di forzare significa smettere di litigare con la realtà quando questa non corrisponde alle tue aspettative. Significa smettere di sprecare energie nel pensare “Non dovrebbe essere così difficile” e usarle invece per dire “Ok, è difficile. Qual è il miglior piccolo passo che posso fare adesso?”.

L’azione resta tutta: se ne va solo la tensione inutile.

Sforzo e flusso: i segnali per riconoscerli

Molti professionisti temono che senza la costante pressione auto-imposta (lo stress “buono“, dicono) le performance crollino. La realtà, osservabile in chiunque lavori ad alti livelli, è diversa. Esiste una differenza sostanziale tra lo Sforzo Teso (che porta all’esaurimento) e il Flusso (che porta al risultato).

Nelle attività quotidiane si riconoscono così:

Situazione Approccio “Forzato”
(Doing Mode)
Approccio “Flow”
(Non Forzare)
Obiettivi di Vendita “Devo chiudere questo contratto a tutti i costi o non raggiungo il target.”
(Ansia che viene percepita dal cliente e crea resistenza).
“Ho preparato tutto al meglio. Ora sono qui per capire se e come posso aiutare il cliente.”
(Fiducia che genera empatia e risultati).
Imprevisto / Errore “Non doveva succedere! È un disastro, perché capita sempre a me?”
(Resistenza alla realtà, spreco di energie nel lamento).
“Ok, è successo questo. La situazione ora è questa. Qual è la migliore azione correttiva adesso?”
(Accettazione rapida e focus sulla soluzione).
Carico di Lavoro “Devo fare tutto subito, corro contro il tempo.”
(Multitasking frenetico, errori di distrazione).
“Faccio una cosa alla volta, con piena attenzione.”
(Ritmo costante, zero errori, maggior velocità reale).
Creatività / Problem Solving “Fatti venire un’idea, forza!”
(Blocco mentale, foglio bianco).
“Mi prendo un momento di pausa e lascio che la mente rielabori le informazioni.”
(Insight improvviso).

Come vedi, nel secondo approccio il lavoro resta lo stesso e diminuisce l’attrito.

Un Atto di Chiarezza: Il Mio Ruolo e i Tuoi Prossimi Passi

Il mio ruolo come Mindfulness Trainer è quello di fornirti strumenti pratici, efficaci e basati sull’evidenza per gestire lo stress, mantenere alti i livelli di energia e resilienza e gestire le sfide lavorative con maggiore consapevolezza ed equilibrio.

È però fondamentale un punto: la mindfulness è un potentissimo alleato per il benessere, ma non si sostituisce a un intervento medico o psicologico.

Gli esercizi e le strategie presentate in questo articolo sono pensati come supporto e prevenzione. Se l’esaurimento, l’ansia o altri sintomi che provi sono persistenti, severi e interferiscono in modo significativo con la tua capacità di funzionare giorno dopo giorno, il passo più saggio e coraggioso che puoi fare è parlarne con il tuo medico o con un professionista della salute mentale qualificato.

Chiedere un supporto clinico non è un segno di debolezza, ma un atto di profonda cura verso te stesso. Il mio lavoro può integrarsi magnificamente a un percorso di quel tipo, ma non può e non deve sostituirlo.

Domande Frequenti sul Non Forzare (Non-Striving)

1. Se smetto di forzare, non diventerò passivo o pigro?

Assolutamente no. La passività è “non agire“. Il non forzare è “agire senza tensione“. Pensa a un chirurgo durante un’operazione delicata: è estremamente concentrato e attivo, eppure calmo, senza frenesia. Quello è il non forzare.

2. Come faccio ad avere obiettivi ambiziosi se non devo “raggiungere” nulla?

Gli obiettivi servono come bussola: ti danno la direzione. Ma una volta stabilita la direzione, l’ossessione per la meta diventa un ostacolo. La mindfulness ti insegna a impostare l’obiettivo e poi a concentrarti totalmente sul passo che stai facendo ora. Si arriva in vetta guardando i propri piedi, non la cima.

3. È possibile applicare questo principio in un’azienda molto competitiva?

È proprio lì che serve di più. In ambienti ad alta pressione, chi riesce a mantenere la lucidità e a non farsi travolgere dall’emotività reattiva (il forzare) ha un vantaggio competitivo enorme. Chi non forza, sbaglia meno e decide meglio.

Conclusione

Siamo stati educati con il mito che “se non fa male, non funziona” e che il successo richieda sacrificio e sofferenza. Il quinto pilastro della mindfulness ci invita a sfidare questa credenza. Forzare i risultati è come cercare di aprire una porta tirandola verso di te, quando c’è scritto “spingere“. Ti stanchi, sudi, ti arrabbi e la porta resta chiusa. Non forzare significa fermarsi un istante, leggere l’etichetta e spingere delicatamente. La porta si apre senza sforzo.

Quando ti ritrovi come Serena davanti a una pagina bianca, con l’orario della presentazione sempre più vicino, prova a fare il contrario di quello che suggerisce l’istinto: invece di spingere più forte, fermati e respira. Chiediti: “Dove sto mettendo troppa tensione? Cosa posso lasciare andare?”. Potresti scoprire che l’idea che rincorrevi arriva più facilmente quando smetti di correrle dietro.

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La spinta a produrre che si trasforma in ansia

Tra sforzo e flusso c’è anche una questione di sistemi emotivi. Nella lezione L’Equilibrio tra i Sistemi vediamo perché il Sistema Blu della motivazione, se non si ferma mai, esonda nel Rosso della minaccia e come il Sistema Verde fa da regolatore. Ci sono tre esercizi per attivarlo in mezzo a una giornata piena, dal minuto con i piedi a terra e tre respiri profondi al caffè con un collega parlando d’altro, più l’infografica dei tre sistemi. Fra le lezioni del corso è quella che parla più da vicino alla tavola bianca di Serena, e come le altre 43 si guarda gratis, senza registrazione.

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Chi ha scritto questo articolo

Michele Becchio è un Mindfulness Professional Trainer certificato e riconosciuto da federmindfulness, specializzato in MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) e iscritto all’Albo Nazionale dei Professionisti Mindfulness. Con 30 anni di esperienza come sviluppatore software sia come libero professionista che in Azienda, unisce la competenza tecnica nel mondo IT alla pratica quotidiana e all’insegnamento della mindfulness applicata al contesto lavorativo. Ha creato il videocorso gratuito “Mindfulness al Lavoro” (44 lezioni) e il sito bemindfultoday.it.

Puoi trovare il suo percorso professionale completo su LinkedIn.

Michele Becchio, Mindfulness Trainer